martedì 18 agosto 2015

in agosto le nuvole sono silenziose, lasciano spazio ad un'arpa che suona. i giorni senza doveri si riempiono di pause in cui il tempo si dilata e gli occhi fissano, senza una costanza, il muro che specchia le mie enormi finestre.
dopo aver provato vari pasticci per intrattenermi, dopo averli decretati finiti, mangiati; dopo aver rinunciato a spostarmi con affanno nello spazio, perché so che rallenterebbe il tempo;
torno a fuggire di notte.
l'abitudine mi chiama nell'intrigo di ciò che sta nel buio. nello schermo di un telefono guardo il fumo salire dalle torri di settembre e un violoncello si spezzetta, sporco, in cerchi continui di disintegrazione.
appoggio la testa su una spalla straniera. mi consolo di briciole e la gente mi trova dimagrita.
poi di giorno sogno marinai, e non mi spiego il perché.
ci ricorderemo di noi stessi, circondati da canyon di incertezze. anni nel futuro rileggeremo testimonianze dei sopravvissuti, invidieremo il loro volo in stallo.
ora attendo me stessa, che non abbia più paura di non attendere.
che invece di scrivere finisca di montare questa libreria.
il vento non si alza da un po'.

venerdì 12 settembre 2014

ho un urlo dentro che non so dove mettere. sgraziato e di cuore, non so che farci, dove lanciarlo.
la pena di un'anima che vaga, come un uccello sul mare, senza potersi posare.
mi fa impazzire stare qui, in mezzo all'ingresso della vita, con questa tazza in mano.
che guardo, fisso, i soli gialli di ogni giorno riflettersi sui muri.
non so più cosa dirmi, non so cosa fare per spingermi, per picchiarmi. per aver lividi che facciano male.
non c'è persona alla quale consegnerei il cuore scoperto, la delega di farlo per me;
non c'è voglia di farlo nemmeno in uno sbaglio.

e tutto mi tedia e mi tormenta ed ho voglia di mordere porte e finestre, masticare schegge e legno uscendo. perdendomi. 
ma non mi ascolto mai, e sono ancora qui.

continuo a stare qui con la merda nella testa che affoga ogni azione, col disastro sull'uscio. con orologi da buttare, calendari di finire di strappare.
questa rabbia che si annienta da sola, che risacca in queste sempre più frequenti depressioni d'attenzione. maree che si abbassano e non tornano, non riportano acqua indietro.
arriverò a staccarmi dal corpo? a vivere di sogni lucidi fluttuandomi in testa?



che pillole di paura mi diano di nuovo istinto di sopravvivenza.
che altri paesaggi urbani mi suggeriscano ancora cosa fare.




-a milano la vetrina mi diceva: ti od tsuj.

martedì 10 aprile 2012

Le mani lunghe dei miei sogni arrivano a disturbare la superficie del giorno,
increspandolo di memorie, di cose già viste, di immagini di desideri nascosti.
I brividi della notte mi si ripropongono, strattonando la mia attenzione.
Sono occhi come prigioni, momenti di fiato rubato.
E vorrei cantare le canzoni che da bambina mi ricoloravano la memoria del sogno per farlo diventare realtà, ma so che non posso, so che non devo.
Non posso usare i miei poteri questa volta, perché ne deriverebbero grandi responsabilità.


Eppure c'è qualcosa laggiù, in quei fiumi distanti, che mi inviterebbe a nuotare e nuotare, con la libertà infinita di avere la costa alle spalle e il mondo ancora davanti.
Ad abbandonarmi, perdermi, affondare. Scoprirne gli abissi verdi più remoti e lasciare che i pensieri di quel mare mi vibrino dentro, mi completino.


E poi aprire la bocca e fare entrare il mare dentro, in un bacio che affonda.
Alla fine vorrei solo quello, solo una volta, solo un momento.


Solo mani calde che mi prendano per le braccia e mi affondino.
Solo la testa leggera di chi non ha più ossigeno.


Vorrei, vorrei davvero,
svenire così nelle braccia del mare, catturare le onde,
affogare nel sogno,


vorrei davvero,
ma i sogni costano molta realtà.






...a blue blue sea
on a blue blue day

mercoledì 4 aprile 2012

La mia lista di desideri è un esercito di tarli che stanno cercando di distruggere tutto il bell'arredamento del mio sanctum interiore.
Voglio abbandonare a mezzo un progetto che non riesco a finire, e così crollano le mie aspettative di raggi di sole che mi svegliano con un bacio.
Voglio dormire, dormire, dormire. Voglio scivolare su tutte le ore della giornata come su una canoa incurante del fiume in piena. Così distruggo la mia illusione di essere precisa. Ottima.
Perfetta e instancabile.
Vorrei strapparmi di dosso queste merdosissime sneaker da adolescente e tornare a graffiare le strade bagnate di notte. 
Ma così otterrei solo più discordia, più sonno, una casa più disordinata a cui tornare.


Voglio un segno che mi dica cosa fare, ma così perdo fiducia nel mio istinto.


E poi a volte voglio cose che era giusto volere, per provarle e levarsi lo sfizio di averle provate. Per trovare riconferma della mia solitudine intellettuale in un mondo molto molto distratto.


Ed ecco che ho dipanato la storia di un anno in una simulazione ben strutturata di una giornata. Non ho bisogno di altro per conoscere già i limiti di tutti questi buoni propositi.
Finirà anche questa moda.


E il mio buonumore consueto viene logorato dalla noia. Dalla banalità. Dall'indolenza.




Posso solo sperare che una risata ci salvi, e che non ci seppellisca.

martedì 3 aprile 2012

Avrei dovuto prendermi il mio tempo, giorno per giorno. Soffermarmi quando era richiesto e non correre sempre via, dimenticando i ricordi, lasciandoli svolazzare dietro di me come un foulard.
Ora invece arrivo qui, col fiatone, le scarpe sporche. E mi sento estranea perfino in casa mia, che è così cambiata.
Per ritrovare il mio sentiero mi serve, a volte, un buio saturo di fumo. Mi serve l'oscurità che mi toglie le distrazioni da davanti agli occhi.
Mi si risvegliano dentro le emozioni che la quotidianità mi strappa via. E ogni volta che apro questi nuovi occhi mi chiedo se stia facendo la cosa giusta, o se prima o poi scoprirò che il mio spirito non è un animale che ama le gabbie, e tornerà pieno di rabbia e vendetta contro di me.
Ora ho un momento di assonnata malinconia, e tutto mi mette male allo stomaco. Ogni canzone mi fa gli occhi lucidi. Vorrei solo correre via ed essere libera come sono liberi i ragazzi. I gatti. Gli uccelli.


Non voglio più dimenticarmi.
Almeno questo me lo devo.
Tornerò.

martedì 4 maggio 2010

l'ultima sigaretta e poi tutti andremo a letto.
io con tutti gli spiriti di questa casa che ho costruito e con la gatta che li sa vedere.

dormiremo altri sogni vettoriali sperandoli più tranquilli, perché nell'aria umida di oggi si è sollevata un'atmosfera vecchia nera e grigia: l'atmosfera ispirata di chi ha voglia di sussurrare.

stiamo crescendo. siamo una macchina che si evolve e grazie al cielo non si ferma. siamo ora capaci di formulare pensieri di una saggezza più consistente di quella  annuale dell'adolescenza, siamo capaci di chiudere gli occhi, immaginare una strada e poi andarla a ricercare nel mondo.

questo è un cambiamento corretto, un cambiamento lento e solido come l'albero che cresce. ci sentiamo tranquilli rispettando i limiti di velocità di questa via di cui prima sapevamo solo il nome.

è tempo di calma, di rispetto, di responsabilità.
è tempo di mente razionale, di passione concentrata, di romantica concretezza.

il momento in cui le fairytales diventano vere, in cui ci accorgiamo che lo sono sempre state.


coloro che percorrono questo stesso cammino, fanno parte di noi, ognuno per sé, ognuno attraverso la sua epoca.

la mia sono i ventiquattro anni,
e mi stringo la mano
e mi faccio molti auguri.




this is the poetry of reality.





domenica 25 ottobre 2009

come fate a non capire la delusione che causate?
sembra incredibile che un desiderio così forte passi inosservato anche quando viene spiegato, dimostrato, esternato. come se non ci fosse altro che un egoismo che non ho mai visto in altre meccaniche sociali.
la vostra empatia si annulla totalmente nella certezza errata che sia il vostro, di desiderio, il più forte.
e vi sbagliate.
il desiderio che urla è il mio. questo cuore di uccello ancora spaventato che martella, è il mio. la mia guancia destra rossa di vergogna è la mia. la mia guancia sinistra che cerca disperatamente il calore, è sempre la mia.

mi spiccate da dentro una frustrazione che mi mangia lo stomaco.
con questo senso di impotenza da piangere, mi lasciate a scappare controvento.
barcollare tra le domande.


è un'alba bellissima che non riesce a risollevarmi lo spirito.

ho cercato di nuovo tra i porci, ma non ci sono altre perle se non quelle che avevo lanciato io.


martedì 6 ottobre 2009

Mi si è riempita la vista di luce rossa
di caldo chiuso
di alcol dolce.

Le guance mi si sono scaldate come dopo un complimento. Con gli occhi lucidi guardo l'umano che ho davanti. E si muove, ondeggia, come una fiamma che mi vuole bene.

Mi sento ridere, mi sento felice. Sento l'amore tra i ricci di fumo.
E quando tocco a loro, a tutti loro, le mani - quando le dita si uniscono e fondono diverse temperature -
che miracolo.
Che giostra miracolosa, opaca, sfocata, che attraversa i vetri distorti di questa atmosfera.

Un giro di valzer color ocra. Un sapore sempre vivo in bocca.
Mi mordo le labbra addormentate, mi abbandono al mio compagno.

Mi protegge la dolcezza buona del vermuth, il frizzare familiare della nostra birra. La voce della mia rossa preferita che mi dice che sono bella. Gli occhi azzurri di chi non so chi sia.

I ricordi di mille sonni senza sforzi, intensi e riparatori. Il piacere di chiudere gli occhi e non esserci più.

C'è così tanto amore dentro ai bicchieri.

E io bevo tanto amore,
e brillo da brilla
luccico di stelle e di luna
mi accoccolo come un gatto nero.


...





Di tutto il vasto regno della principessa, è rimasto che un bar.
Un bar ai confini del mondo e dei monti, dove si può ancora fumare.



mercoledì 22 luglio 2009

Mi ha chiamata indietro. Mi ha risucchiata con due accordi. Come cazzo succede?

Ogni onda di suono fa nascere foreste, sbocciare felci e palme alle stesse altitudini, fa crescere rocce aride e modellate dal vento, scorci di sentieri gialli come le giuste strade di OZ e visioni del mare. Mi stacca dal midollo spinale ricordi che non sapevo di avere. Ed è solo l'inizio.
Queste scale particolari, questo cadere da una nota all'altra della chitarra fino al rombo di batteria e basso all'unisono che danno tempi nuovi. Questi crescendi, queste urla educate, il suo accento inglese pulitamente europeo.
Dio.. che succede? Possibile che esistano tempi in cui il corpo è così incerto che la musica te lo modella così come fa il latte che bevi alla mattina? Possibile che ci sia una sostanza, una vitamina, una proteina musicale che ti forma pelle ossa e sistema nervoso?

Ballad semplici per anime intricate da sciogliere come nodi gordiani, col solo ausilio del mondo bastardo e affilato.
Hanno tenuto per anni in vita questa fiamma per me, prendendo polvere da uno scaffale, lasciati per ultimi come i salatini a forma di pesce in favore dei mini pretzel.
Eppure mi suggerivano da sempre, i pochi superstiti, che era solo con loro che davo il cento per cento, che le ruote giravano senza sentire fatica, che i sogni si risvegliavano brillanti e vividi anche le mattine più stanche per colorare di dettagli inesistenti le giornate.  Eppure mi dicevano sempre che c'erano solo alcune canzoni che ascoltandole una volta sola ti facevano leggere da capo tutto un libro, come un bisogno irrinunciabile.

Come cazzo è successo?

Mi ha liberata in due accordi e ora mi chiude in domande insidiose.
Esiste un'età? Esiste uno stato d'animo tipico del passaggio? Esistono emozioni scontate?
Perché deprecare quelle combinazioni fortunate che stimolano l'essere umano quasi nella totalità? Chi oserebbe toccare Imagine, Blowing in the Wind, Hotel California, solo perché è facile amarle?
E più nello specifico, cosa dovrei fare ora? Tornare indietro? A che cosa?
Alla mia musicale scatola di cartone?
Alla ricerca di nuovi tesori nelle miniere abbandonate?

E lui mi risponde dallo stereo urlando con la sua voce dolcissima
Canta con la forza di sempre, solo per me, accordi distorti e lunghi, mareggiate di ricordi e cerchi di luce di notte evidenziati dalle candele

Lui canta con passione la mia passione
E sa di stare cantando un addio.

Alza di un tono il ritornello, mi riporta sul mio letto blu, mi inchioda alle ultime note, non vuole lasciarmi, non siamo più gli stessi
siamo troppo vecchi
abbiamo già visto troppo
ci siamo consumati tra di noi.

E si arrende, sapendo che tornerò a trovarlo.


La mia incognita rimane sempre il tempo.




will you wait for me forever?
-stratovarius

venerdì 10 luglio 2009

Una storia che non dovrei raccontare:

Oh Lillian, cosa hai fatto? Mi hai strappato il cuore, squartato e aperto solo per divertimento.
Oh Lillian, io sono figlio di un pover'uomo, da dove vengo io non ci sono gioielli preziosi.

C'era un anello in un cassetto, un pegno di amore. Apparteneva a qualcuno che non sono io. Apparteneva a qualcuno che non era mia nonna, che non era mio nonno. Non era mia madre né le mie zie.
Apparteneva a Lillian. Liliana. Eppure era chiuso bene nel cassetto, con un giro di chiave, quasi per rafforzare il concetto di proprietà che lo circondava, come quando i bambini stringono forte qualcosa trovata a giro, per illudersi di possederla.
Sempre Liliana era tutto quello che diceva. Una fede fuori posto rubata tanto tempo fa.

Oh Lillian, Liliana, che cosa hai fatto?
Sapevo che una volta cominciato non avrei potuto smettere fino a quando l'ultima goccia di sangue non fosse stata tirata fuori.

Un uomo povero, o forse suo figlio stesso, ha deciso di vendere tutto per qualche grammo di platino.
Tale as old as time, la passione rende folli. L'impotenza disperati. L'amore per una donna cieca, poveri.
Sempre Liliana,
gli ha fatto dire.
E l'anello ha cominciato a parlare in quel suo moto infinito e circolare dicendo che sarebbe stata Liliana Sempre, ma non specificando in che modo, e a fare che cosa.

Oh Lillian, Liliana, che cosa hai fatto?

Liliana ha dimenticato uno dei suoi anelli, forse lo ha perso, così ha pensato.
Ma l'uomo povero non poteva perdere quello che non possedeva. L'uomo povero possedeva solo dolore e l'immagine di un anello.

Poi qualcuno che non figura in questa storia ha trovato valori materiali da smerciare, fino a quando tutto è finito come era iniziato, con l'anello in un cassetto. E' un anello viziato dal rancore, dalla sofferenza. E' un anello che fa gridare, fa chiedere perché a tutte le Liliane del mondo, fa strappare i capelli e mordere i fazzoletti, perché così andava fatto quando era Liliana a torturarti. Fa piangere fino all'asma fino a quando non inventi altre scuse per non pensare che non abbia senso quello che ti dice il tuo stesso cervello.
Fino a quando non pensi che morirai senza senno come un uomo povero.
Senza aver nemmeno messo un anello al dito della tua Liliana.

Oh Lillian, Liliana.
Il dolore che dai è sempre perfetto.

Oh Lillian, che cosa hai fatto?
Quanti cuori hai strappato, squartato, solo per divertimento?
A quante persone hai passato il dolore che hai chiuso in un anello?

Chi era stato così saggio da chiuderlo in un cassetto?


Questa storia non dovrei raccontarla. L'ho anticipato.
Questa storia non va pensata, perché quando racconti qualcosa, quando credi qualcosa, quando diffondi qualcosa, la sua idea comincia a vivere. Più persone assistono ad un evento, più questo è reale.
Più persone credono, più miracoli accadono. Più persone hanno paura, più la Paura si evolve.

Questa storia dovevo chiuderla a chiave come aveva fatto un saggio nonno.
Invece l'ho raccontata facendo crescere la paura.

Perché io sono malata, ora, e sto diventando povera.
E da un anno porto un anello di platino che dice
Sempre Liliana.





Oh Lillian...
-depeche mode-

lunedì 16 marzo 2009

quando ero piccola piangevo ogni sera.
mi inventavo scuse per piangere, e alla stessa ora incominciavo sempre.
avevo sonno.

ora ho sonno, mi invento altre scuse.
possono suonare più adulte ma quando chiudo gli occhi a volte passano.

eppure non so distinguere, non mi è mai riuscito.
da stasera a quelle sere, di quando ero piccola.
non saprei dire quando è per scusa, e quando è vero.
nessuno lo sa mai dire. ci hanno provato in tanti, ma sembra di scommettere contro il puro caso.

ora come ora riesco a fare liste.
scegli quella che preferisci, per me valgono tutte.

il sole sull'arno. la voce di una vecchia lei. il tempo che non passa, non ci credi, ma non passa.
la rabbia di poter decidere di tutti i fatti miei.
non ricordare che viso hai.
e poi il sonno.

al momento personalmente scelgo il non ricordare che viso hai.
equivale a non sapere più chi sei.
equivale a non capire più i pilastri delle certezze.
equivale a non avere niente da sperare prima di dormire.
...e ora ho molto sonno. e vorrei dormire.
solo che non ricordo che viso hai...






...at last
my love has come along...

domenica 1 febbraio 2009

distesa di luna sulla pianura bianca. diresti brillanti ma è neve. neve caduta ovunque per terra come se le tasche del cielo si fossero scucite e avessero fatto nevicare brillanti.
secondo me nelle ruote del treno c'è la dinamo. vedo lampeggiare il fanalino davanti.
per la prima volta in dieci anni, mezzanotte e mezzo è tardi. è misticamente tardi. è un'ora di demoni e meraviglie. non fiatare. non hai mai visto cosa popola il mondo a mezzanotte e mezzo. credevi di sì. invece è no.
lapidi hanno cappelli di neve. cimiteri più caldi.
qualcuno ha costruito nel nulla del versante di un monte un albero di natale. coraggioso e giallo. da lontano sembra un angelo paillettato che indica la via ai re magi.
abeti altissimi.
fiumi ghiacciati.
vorrei comprare della neve.
vallorbe

sembrano tutte favole congelate.
leday

cinquanta anni da quando l'ultima mano ha sheakerato la palla di vetro e fatto cadere la nevicata finta sul paesino di resina.
poi un'altra casa nel nulla. come insegna ha due stelle.
ho smesso di preoccuparmi di chi ha tinto l'orizzonte di rosa mentre non guardavo.
arnex

nebbia.
luci arancioni.
questa volta non importa quanto consumano. non voglio neon bianchi. voglio mille soli che cercano di convivere con la notte.
oltre l'armadio non poteva esserci un lampione al neon blu. c'era un lamp post tiepido e un fauno.
diversamente fa sempre cacare.
lossonay

carcasse di treni alla periferia di una stazione. il cimitero degli elefanti. rido in faccia al pericolo.
nella città non vuol dire più nulla se sono le una di notte. è solo un'ora come un'altra. già mangiata.
lausanne

un lago o un mare?
una cattedrale fuori misura. e fuori luogo.
evey

c'è un giapponese nella cuccetta 86 o la locomotiva ha lo strobo incorporato?
mi lascio intrappolare da immagini così veloci da eludere le domande.
le mie mani mi controllano il corpo. i miei occhi mi controllano il mondo. che sia tutto a posto. tutto in ordine nel freezer come lo avevo lasciato.
sorrido spesso. sì. alla faccia di tutti.



ho viaggiato a testa all'ingiù con sotto una luna smerigliata.
lei al contrario sorride con labbra piene. provate. è vero.
il mondo blu ci ha oscillato sotto.


io viaggio a testa in giù sul treno
potrebbero ridere. proprio a testa in giù.
con la fronte squadrata dal mondo reale oltre la finestra
con la faccia riflessata dalla neve
con gli occhi traboccanti luna


ma tutti dormono.
nessuno lo sa.




è il segreto tra me e lei.

vi è concessa l'invidia.

domenica 7 dicembre 2008

e nel tramonto ti insegnano ad appoggiare cinque centesimi di dollaro sul binario di ferro.
sono tre figure più la tua, e si allontanano, ognuno sorride per i fatti suoi.
il cielo, lo pensi da un mese, è troppo grande. è troppo grande perché ci stanno tutti i tuoi occhi dentro, è troppo grande perché c'è troppa aria intorno. perché in questo modo la terra sembra piccola piccola, come dovrebbe essere.
e quando poi qualcuno indica l'orizzonte smosso da una macchia nera, inspiri a fondo l'ultimo ossigeno prima dell'apnea in cui passa il treno.
nel tramonto ti scorre davanti, ritmico, veloce.
ti spazza via i capelli chissà dove. ti rapisce gli occhi strappandoli ogni secondo verso sinistra, perché non dovrebbero cercare di inseguirlo.
e nel suo scuro scorrere rivedi tutto. rivedi l'erba verde tra le case finte del kentucky, rivedi le travi di legno laccate di blu e scrostate a baton rouge, rivedi l'enorme campo di zucche a starlight, rivedi famiglie allargate nei loro componenti e nel punto vita, rivedi i neri vendere copertoni nella periferia di new orleans, rivedi le tombe pretenziose degli eroi della patria, senti nelle orecchie le storie portate da tutti gli accenti possibili che stuprano irreparabilmente i tuoi suoni preferiti.
e rivedi ponti lunghissimi, fiumi enormi, le dolci anse del missisippi quiete solo in apparenza, le paludi così verdi da colorarti la retina. rivedi collezioni infinite di cappelli da cowboy, rivedi i sogni del new mexico, rivedi i tetti regolari e le vie perfette di birmingham, il fumo nei locali pubblici, le macchine dello sceriffo, il tuo stomaco con la parete interna rivestita di olio e burro, le negre che ballano scuotendo il culo tondo, mille città con lo stesso nome e il tuo senso di non appartenere a nessuna delle florence sparse per gli stati.
e se il treno non è ancora passato, ti puoi sentire rapire dall'immensità di las vegas. ti puoi sentire morire per non saper mangiare, in un boccone solo, il grand canyon, la death valley. ti puoi sentire schiaffeggiare dall'assenza di marciapiedi in una città così grande che vuole o schiacciarti o venderti un mini truck. ti puoi sentire spettinata da tutti i fiati di una brass band della louisiana.
ma prima o poi il treno passa, svanisce via.
il cielo torna ad essere troppo grande e potente, e ti viene in mente che la gente lì è così religiosa perché si sente ancora timorosa di alzare lo sguardo.
e quando ti mettono i tuoi cinque cents in mano, schiacciati così tanto da sembrare una lente di john lennon, sono ancora caldi dell'energia che non si è persa dalla ruota al ferro.
è questo tipo di conservazione, quella in cui speri. un'istinto tipico dell'uomo di non voler svanire nel tempo ma di lasciare una reazione nel paesaggio che ha attraversato.
che se tu non puoi portare quel mondo con te, speri che quel mondo ti porti con sé.
allora strappi qualche filo d'erba, contro ogni tuo moralismo, e baci il vento come legolas, e ti riempi di tramonto rosa, che poi non ce ne sono più.
ma se piangi è solo per malinconia, non per tristezza. per quell'ultimo ricordo che ti è salito tardi alla mente, dopo il treno, a tradimento. perché ora si intona con tutto, effettivamente.
e ci sono di nuovo i grattacieli di chicago che si specchiano sul lago michigan, il cielo blu e grigio, le lacrime che ti bagnano il naso appiccicato al finestrino ed una sola voce che ti ripete, eccitata, scodinzolante, con la tua voce:
"sono in america sono in america sono in america"





freedom is just another word for nothing left to lose.




domenica 14 settembre 2008

Io invece amo molto la pioggia.
Mi piace quando tutto ad un tratto l'estate decide di abbandonare il campo e il cielo si apre lanciando tutta l'acqua conservata fino a quel momento, proprio per quel momento, giù di sotto. Proprio a secchiate, tipo quelle da lanciare agli americani quando vengono a scassarti la minchia sotto la finestra di casa. Tu poi manco stai dormendo, sarai lì che bevi, cazzeggi, però perché mai sprecare un'occasione di dimostrare inospitalità? E quindi secchiate, appunto. Ecco quando ti arriva una secchiata in testa o sei americano sotto la mia finestra o sei sotto un temporale di fine estate. In ogni caso, non essendo mai stata americana, posso solo parlare della sensazione che provo nel secondo caso.

Questi temporali sono veloci, pesanti, durano quanto una scopata e ti lasciano la stessa sensazione di beatitudine. Bagnata e contenta, per parafrasare.

E' l'autunno che ti dice aspettami, sto arrivando il dodici ottobre.

E ogni anno ho visto giorni e notti così, lucide di pioggia, profumate di strada. Ogni anno sono uguali, eppure qualcosa c'è di diverso. E dopo averci pensato un attimo, so che sono solo i miei occhi che cambiano.

Sono io che, in un costante divenire, acquisisco nuove capacità e ne perdo di vecchie. A volte non me ne accorgo nemmeno, altre, come in questo caso, mi lasciano senza parole. Senza parole perché oggi so di non sapere più scrivere.

I segreti che custodisco ora sono inabissati in me, chiusi dentro tessuti del corpo troppo feriti per non essere serrati. Crescendo inconsciamente forse si fa una distinzione tra le cose che si possono dire e quello che non si possono dire, e quel subbuglio di mezze frasi che era prima la mia omertà, il mio nemico e la mia consolazione, non ha più una funzione. C'è solo banalità o silenzio.

Fino alla prossima crescita sceglierò ragionevolmente il silenzio.

E poi il dodici ottobre arriva.
L'autunno mi risveglia sempre da ogni letargo.




 

giovedì 4 settembre 2008

facile e difficile sono concetti così relativi.

è stato tutto troppo facile. è stato tutto incredibilmente difficile.

dico di odiare l'indifferenza, e poi sono così veloce a farla mia, a non avere altro addosso che quella.
è sempre la stessa storia. la cosa che fa più male, la cosa più difficile da accettare, e lasciare che il cuore smetta di battere. è prendere il polipo congelato e dire, guardando lui nei larghi occhi chiari, < sono un essere di luce. >
è prendere la canna da pesca e aspettare che abbocchi una trota salmonata, guardare il suo sorriso da lupo e dire < sono un essere di luce. >
è scendere le scale lentamente, una per una, fino al reparto scarpe. attraversare tutto a mento basso fino a vedere la sedia e la scrivania, qualcuno che ti aspetta. alzare gli occhi e guardare i suoi, nemici, e pensare < sono un essere di luce. >
è lasciarsi inondare dalla luce bianca postmortem dell'areoporto dopo aver guardato i suoi occhi colore del cielo. fermarsi due secondi, deglutire te stessa intera e posare sulle labbra serrate dai denti la frase < sono un essere di luce. >
è quando lo stomaco cerca di scappare e rifarsi una vita altrove. è quando dio quanto sarebbe bello piangere ancora, ancora una volta, ancora senza riuscirti a fermare fino a quando non ti addormenti, ancora fino ad annullarsi. e non farlo.
e decidere che è abbastanza.
< sono un essere di luce. > e il gioco è finito.

tutto troppo facile quando una volta era incredibilmente difficile.

e mi dispiace lasciare sminuire dalla mia forza tutto il dolore che sei stato. ho ancora dietro gli occhi, te lo giuro, la stessa tristezza. la conservo per cercare di ricordare, almeno in parte, quanto ti ho desiderato. ho il cuore calmo come un pendolo, conta il tempo, aspetta.



e ora finalmente sola torno ad abitare la notte con sotto il braccio il vangelo sencondo ace ventura.
non cercatemi, non ci sono.

sto così bene, quando non ci sono.






suggerimenti per il fade to black: kevin welch _ something about you











[ la cosa più meschina è stata non usare le adeguate segnalazioni per i punti di non ritorno.
ma tu eri il mio eroe. tu forse puoi ancora tutto.
una delorian. ottantotto miglia orarie. e di nuovo indietro nel tempo. ]





martedì 12 agosto 2008

E' difficile tornare a comunicare quando è da tempo che preferisci serbare quei tesori chiamati idee tutti per te. E non saprei dire se ho sviluppato un istinto improvviso di condivisione o se è solo il senso di perdita che mi guida, ma credo che per riprendere a guidare si debba prima accendere il motore, per quanto complicato sia trovare la chiave giusta in quel mazzo così grosso e pesante che sono i propri metodi analitici. Poi forse si parte.
Confido nell'idea di qualche sorriso delle presenze tanto vicine quanto lontane, felici di sapere che sono più che viva, più che attiva, solo più silenziosa. Sempre più silenziosa. Ed è per loro che ci sto provando.

Ho passato un pomeriggio nella politica del mio paese. Ci sono ancora cose che mi lasciano a bocca aperta, ci sono ancora cose che mi chiedo come si possano cominciare ad affrontare, ci sono ancora assenteisti e qualunquisti, persone con pensieri labili o artefatti, ci sono ancora turbini e mulinelli incostanti di opinioni che confondono la mia, ci sono ancora verità lontanissime dall'essere assolute. Io che mi sento salva leggendo un libro solo perché mi sembra di aver scoperto chissà che tesoro segreto, salvato dalle potenze mediatiche e dalle cesoie censuratrici, scrollo la testa e riprendendo la mia cara sfiducia non appena osservo le cifre, i dati, le statistiche. La salvezza dei numeri è l'unica vaga, per quanto dubitabile, certezza che possiamo avere, a volte, quando ci perdiamo a fantasticare su come vadano davvero le cose all'interno delle tremule gelatine che strutturano l'informazione italiana.

E tra tutti questi volti, questi personaggi di cui non riesco a ricordare mai i nomi, tutti questi che fino a poco tempo fa, intrappolati tra i miei occhi e le pagine di un giornale, non erano che adulti tristi e seri, ci sono loro: gli eroi.

Gli eroi che arrivano con la verità in bocca e te la leccano sulla faccia. Gli eroi che ascolti e leggi tutto un giorno per poi ricordarti, porca puttana, che sono morti un paio di mesi fa. Gli eroi che finché parlano ti senti quasi al sicuro, pensi che tutti dopo che hanno ascoltato si saranno illuminati, pensi che una piazza, un salotto di casa con la televisione accesa, possano contenere un popolo.

E poi pensi che siamo così tanto nella merda ad affidarci ad una sola voce che, oggettivamente, non riuscirà mai a dire tutto. Perché ogni uomo ha dentro una serie infinita di ragioni e di torti. Perché nessuno ha abbastanza fiato, in questa vita vera, da urlare alla gente di svegliarsi. Di convincersi. Di formarsi. Di interessarsi. Di lottare.

Allora vi chiedo di perdonare la sconclusionatezza. Vi chiedo di perdonare l'abbandono che sembra che stia operando quando a qualche domanda non sorrido nemmeno,
guardo l'orsa maggiore,
penso a Kenshiro.

E' solo una questione di tempo, il mio archivio si va formando, la mia mente si allunga in direzioni nuove o rinnovate da vecchie che erano.
Per quanto l'ammirazione sia comoda, piacevole, rassicurante, non possiamo fidarci e confidare in quegli eroi distanti che non sono che esseri umani. Possiamo solo seguire le loro strade per guardare i loro paesaggi fino a raggiungere un posto chiamato nostro.

E da questa precarietà dei modelli che nasce non uno sconforto, ma una speranza:
se non posso avere Kenshiro che mi salva, io sarò Kenshiro.

E poi di frasi altisonanti per concludere questo ragionamento ne esistono già tante.
Vi lascio solo con i miei due cents.

 

only morons and genius
would fight a losing battle
agaist the super ego.



domenica 9 dicembre 2007

sono passate molte notti.
non saprei nemmeno dare ad ognuna di loro un numero, ma certo saprei dare loro un nome.

dopo la mia riappacificazione con il tempo, ho cominciato ad lavorare lo spazio.
e casa mia, immensa, dalle mura abbattute, ha finalmente guadagnato uno spessore sostanzioso e tuttavia segreto.

sono stata sola in  mezzo al silenzio umido, con vastità attorno grandi come l'universo di una formica e ho pensato che ero al sicuro. Potevo cantare per ogni mattonella lucida a voce alta e nessuno si sarebbe lamentato.

Ho fatto conoscenza con la luce aranciata che diventa reale solo qui, dove vivo io, e ho abituato gli occhi ad amarla e riconoscerla tra mille.

Non mi ero mai sentita così al sicuro, regina del mio guscio di noce anche se chiusa nell'infinito.


Queste strade, questi segmenti irregolari che sfregiano la perfezione del quadrato. Queste case secche e torte che non si arrendono mai al tempo che passa. Queste ampie boccate di storia antica che ti sporcano gli occhi di panna e melassa solo a pensarci. Ora tutto questo non solo mi appartiene di più, sotto contratto migliore, ma mi ha accettata come amica sussurrando ogni notte che non fa mai abbastanza freddo per non uscire e abbracciarlo.

Ed è un richiamo così naturale ed animalesco che stenti a credere venga da cose senza anima. Devono essere per forza fantasmi, eccome, fantasmi e spiriti di persone che hanno messo la stessa passione nel vagare come nuvole nebbiose negli intestini più caldi e privati della mia città. E' un richiamo a cui non so dire di no.
E niente lo ferma. Il caldo lo dilata e la pioggia lo fa brillare. Il freddo lo rende lucido e pungente e la condensa lo copre di rugiada, lasciandoti sempre con una sete inestinguibile.

Al di là dei visi, delle commedie a cui ho assistito e partecipato. Al di là dei vizi che tentano leccandola ogni mia nuova scoperta. Al di là delle cose che credevo di conoscere e non mi stanco mai di scoprire nuove, c'è un trionfo opulento di marmo e pietra nobile che con la sua voce di bronzo ha per sempre deflorato ogni mia passione, rendendomi inebriata e succube di questo odore, di questo cielo ghiacciato.

La notte e la città coalizzate in un freddo avvinghiare.
Una zampa di gatto che non ritrae le unghie posandosi sul cuore innamorato, ma lo penetra lentamente lasciando rivoli di malinconia rossa dopo aver accarezzato.

Questa è casa mia. Qui è dove vivo.




sabato 22 settembre 2007

e così hai deciso di cambiare.

mi ricordo sveglia alla stessa ora, con gli stessi odori addosso. lo sguardo c'era, e anche le mani pressappoco. avevo voglie diverse che conducevano ad identici progetti.
non sentivo il tempo però. solo una corrente fastidiosa che cercava di alzare polvere. un'imprevisto nella mia indecisione.

ora il tempo mi fa compagnia. è diventato un compagno sorprendentemente amico nelle situazioni sbagliate. cambia le persone e le montagne, appassisce i fiori e fa scendere la nebbia nella campagna inglese.
è lì che devo andare. ad incontrare il tempo.

vorrei, come un cavaliere, arrivare in un ritmo di foglie secche diviso nei quattro quarti degli zoccoli. fermarmi poi, con sguardo da cowboy, e fronteggiare il bianco artificiale creato intorno a me.
gli alberi radi sarebbero le colonne di un tempio, e il mio fiato condensato il fumo dell'incenso sacro.

vorrei guardare con occhi da texano di ghiaccio il suo regno opaco e ovattato.
accenderei forse una sigaretta, per dare più effetto. le mani in tasca a non curarsi di produrre o dare spessore alla mia espressione. sarebbe un lungo guardarsi negli occhi, tra gli spruzzi di neve e le macchie marroni. tra un pugno di colore del giubbotto all'immenso muro di latte vaporoso che cerca di annientarlo.

e affronterei il tempo, gli direi.    gli direi niente.    non ho niente da dire.      gli farei capire con uno sguardo che non ho paura. che l'ho addomesticato e mi sono lasciata addomesticare.
che mi arrendo a quello che sono, così come mi ha fatta la natura.
che il mondo alla fine ci gira intorno, e io con lui voglio ballare, volteggiare.
danzare il valzer, la mazurca, la quadriglia di tutti i popoli, e conservare sempre le ultime note per lui. annuire con il vago sorriso di chi si è arreso. di chi ruoterà piano piano alzandosi e abbassandosi come le trottole a stantuffo, che mi piacevano tanto fa.

capirebbe che mi sto concedendo senza essere puttana. che per amore materno il mio viso sarà suo.



respirerei poi la sua risposta assente.      gli eterni ascoltano ma non parlano.

nell'andare via, abbasserei lo sguardo solo un attimo. come per prendere fiato e mostrarmi tuttavia vulnerabile.
poi batterei il cavallo, e dalla parte opposta, me ne andrei al passo.

gli occhi gelati come gli alberi tornerebbero ad abitare il texas.
il mio corpo consapevole tornerebbe ad abitare la costa.
to the sea. to the sea.


dopo il gatto e le quattro mura, ecco il mio sogno sul blocchetto.
in questi casi, per marcare le cose fatte, utilizzate sempre la V di spunta, e mai il frego sulla parola.




ed è bello pensare che l'inghilterra non sia un complotto dei cartografi.



to the sea, to the sea,
gulls white are crying.
the wind is blowing
and the foam white is flying.




 

sabato 4 agosto 2007


apre la gola, vedi i colori? il movimento lento e rallentato delle labbra che si schiudono e quindi si tirano in un ovale rigido. mostrano la lingua sottomessa al flusso di fiato.
un canto fucsia scuro sale verso il cielo blu di una stanza chiusa. forse è un urlo, lo direi dal viso deformato nei tratti anni ottanta. i capelli non si capiscono. potresti dire qualsiasi cosa di loro, non ci interessano al momento. un giorno qualcuno mi metterà in una tavola. solo allora dovrò preoccuparmi dei capelli.
i pugni tesi indicano uno sforzo nello stringere aria, ma sebbene le sopracciglia siano crucciate non c'è segno di dolore. dagli occhi escono gocce che io direi saliva, ma forse è solo colpa del sottopagato disegnatore nella mia mente.
è un urlo di pace. un canto solido di liberazione.

si inseguono tutti, qui.
stanno appaltando la realtà per far loro spazio.

muse a non finire mi portano sempre, sempre, sempre indietro. e resto nella battigia del sonno, del sogno e magari del pensiero razionale.
ho smesso di provarci forse.

ho visto molti sogni. vividamente tanto da non sapere aprire gli occhi la mattina. la testa ingombrata dai camion rimbomba di eco innaturali, amplificate.
voi mi state chiamando. siete voi che mi chiedete di farlo. questa è la conclusione.
tutto ribolle nella pozza amniotica, è rosa e ritmata, cadenzata secondo necessità a cui non so rispondere. mi portano a tirare verso l'alto il centro del mio petto. inarcando la schiena fino a saldare tra di loro tutte le vertebre, per cercare dio direttamente con i polmoni.

e ancora siete voi. uomini e donne blu, neri, azzurri. chiodi vitali con occhi rivolti altrove.
le mie mani sono grandi e secche, rastrelli per il mondo che non riescono ad afferrare tutto quello che scorre loro sotto, attraverso.

e la mia sicurezza sta qua.
quel mondo affollato non riesce a rapirmi, perché ogni volta che mi ci portate, qualcuno di nuovo mi chiama fuori solo per prendermi la mano e rispingermi dentro.
in questa testa che mai avrei detto creativa, ma che è una esistenza intera che sintetizza voi e trabocca me, camuffata in nuovo stupore.

e ogni volta che vedete le mie finestre nuove, aperte o chiuse
ogni volta che sorridete o sgranate gli occhi
imparate a guardare meglio:
è tutta roba vostra.

non vi dirò grazie, ma questo è il mio consiglio:
cominciate a meravigliarvi dell'esistenza di voi stessi.

io resto una macchina in rodaggio, che prende materia e soffia vita.
ed è questo che voglio fare.











dedicato a max, gabriel, marco e due volte marco, gianluca, ire, mari, vale una volta per due, syl, ambra, ed II, ange, vin, trj, fede, fra e due volte fra, neil, will.


martedì 10 luglio 2007

odore di pesca. dove mi porta?

come faccio a sbloccare ogni lucchetto con il suono e a chiudere ogni cassetto con l'indifferenza?

e l'odore di pesca. l'odore di pesca mi porta in un posto che io ho cancellato.
e ora vago qua dentro senza capire dove sono, senza vedere i mostri che ho nascosto con cura in un giro di chiave.

ora vorrei scrivere di cose piccole.
di mani, di occhi, di sigarette.
di abbracci, di unghie.
di erba.
di gioco, di torte.

di voci.

di parole.


di dialetti.




vorrei scrivere di quell'unica tra tante. frase che mi porto dietro in un mondo che vivo tra le dita, sui tasti, nella mente.
di come mi sia rimasta attaccata, come la favola del corvo, e martelli gli occhi che la leggono con ansia di essere capita. di essere impressa per sempre.
e lo è. da sempre.
seppure ho piegato in sacchi invernali la voce che la cantava, allo scendere della prima neve.


vorrei parlare ancora dello stesso treno del cazzo.
delle stesse cazzo di cose.
delle stesse maledette stronzate importanti che mi svegliano per un attimo da tutto questo sigillare ed incartare.

vorrei scrivere. saprei farlo bene.


ma non ne ho voglia.



preferisco guardare lune blu rabbrividendo mentre sotto i denti tengo il cuore di un'aragosta viva. non andare mai a capo e disintossicarmi strizzando le mie braccia. sbattere tavole della legge sul cesso e contare i pezzi in cui si rompono. usare la parola selvaggio più volte che posso. sputare per terra e schiaffeggiare visi distanti. chiudere gli occhi e mandare a cagare la mia migliore vita appiattita contro il muro di quella villa, mentre penso alla potenza che avrebbero le mani, gli occhi, le unghie, le sigarette, gli sguardi, l'erba, le urla.
le voci.

le parole.


i dialetti.


se solo fossero descritti da me.


ma non ne ho voglia.
e sniffo pesche serrate in qualche stanza buia del mio vaffanculo.