venerdì 9 febbraio 2007





I couldn't tell the weight of the world was on your shoulders, couldn't tell you were unhappy, you were unwell.



per sciogliere questo gelo correrò. come la dolce Virginia, come Eleanor dagli stivali consumati. sarò a Berlino e poi di nuovo a Parigi. sarò sotto le luci e poi nell'ombra. sarò l'apprendista stregone di Angelo.

I go along like nothing is wrong no need to worry too late to feel sorrow upon borrowed time.


per me stessa che credevo di non indossare più quelle scarpe, o che semplicemente, come cosa ho mangiato oggi, non ricordavo.
per me stessa che credeva di non avere più ragione di voler essere libera, e ora vuole scappare.
e ancora per me stessa. me stessa e basta.

then now there's no answers, no easy way out, take it all if you want. take it all if you want.


quando il cuore si stringe così tanto tra quello strato di ghiaccio duro, di plastica, smetto di sentirmi viva. mi salvo la vita mettendola via in un cassetto frigorifero.
e io invece la voglio la vita.

I couldn't see, it seems I don't learn or get the message. don't know how you carry it all by yourself.


correndo sempre sul legno di quelle sacre assi, trafitta dai chiodi che ho messo da sola, correrò via per le autostrade, per i campi, per i giardini. per i centri estivi, per il lungofiume, sotto il cielo grigio, azzurro, bianco di nebbia.

sorriderò solo una volta, una volta per volta.
sorriderò a quella voce che ha detto che mi avrebbe aspettato.
piangerò tante volte, ma solo una davvero.
piangerò per chi si salverà come me, da me.

how can it be. it doesn't belong, it's so not funny this vintage of violence again on parade.


e poi stringerò i pugni.
strizzerò tutto quello che ho in mano fino a farlo colare liquidi corporei,     tutti      quelli      che     conosco.


and now there's no wonder, no shelter from shame,     be     alone     if     you     want.  be alone if you want.


corro perchè se corro mi amo, e se mi amo sono viva.
se so correre, devo farlo.



if you know how to run, sweet Virginia, you should run
if you know how to play, sweet Virginia, you should play

if you know how to say, sweet Virginia, you should say




if you know how to be, be without me, you should be.     you     should     be.






martedì 30 gennaio 2007

Ho un grido dentro, soffocato, che mi preme tra le costole.
Un grido forte e acuto, disperato e tagliente.

Mi perfora le orecchie perché io da dentro lo sento.
Mi scuote l'anima e non riesco a placarlo.

Mi cucio le labbra a doppio filo.
Stringo i denti sul cuore che pulsa
e resto in silenzio.


San Martino del Carso, 30 Gennaio 2007



venerdì 19 gennaio 2007

Ricordo un Natale di tanti anni fa.
Ero stata rapita ancora una volta dalla mia concezione di Natale. Dal mio Natale intorno all'albero, quando fai a gara con il sole per alzarti prima di tutti e aprire i regali.
Il mio Natale era a casa mia, era fare un pranzo, una cena, una festa come tutti.
Invece eravamo in albergo. Quanto lo odiavo. Uno di quelli chalet enormi. Le stanza calde e i letti con i piumoni bianchi. Le finestre con le tende di trina.

Ricordo che alla mezzanotte della Vigilia era appena finita una pallida versione del "Rigoletto", mi aveva scaldata per qualche ora come il cielo nero non stava facendo. Ed è incredibile come sia nero il cielo nella notte di inverno, ma a questo arriverò dopo. Quell'unica TV accesa nella grande sala video deserta. Io nella mia poltrona proprio sotto la televisione e dietro il niente, e non so perché ma mi dava il senso di stare a casa.
A mezzanotte noi non festeggiamo. Noi a mezzanotte eravamo già a letto per svegliarci prima la mattina di Natale.
Ed io ero nella sala video, in quella serata che per la mia cultura non significa nulla.
Ed ecco i primi auguri di Natale in scatola.
"E' Natale", penso. Me ne ero quasi scordata. E sono sola con una TV.

L'albergo così silenzioso, culla di legno, da non capire se c'era più buio o silenzio.
Faceva freddo fuori. In quei giorni non volevo nemmeno sciare. Neve di ghiaccio e vento gelato mi bruciavano le guance e mi entravano dentro le mani, sotto i guanti, nelle ossa, nei piedi sotto tre paia di calzini. Troppo troppo freddo pure per la neve.

Quello che volevo dire è che ricordo. Ricordo più di tutto questo l'immagine di una finestra, alla mia destra, incorniciata in quel legno. Le stesse tende trinate di cui ho già detto e quel buio immenso di cui parlavo. Un buio impenetrabile di quelli che il vetro non ti mostra cosa nasconde nemmeno se anche nella stanza è buio.

Ed ecco... Io forse non ricordo bene la scena, posso solo immaginare di non aver dimenticato di come la mia mano ha scostato una di quelle tendine. Di aver pigiato il viso contro il vetro e di aver visto, oltre il buio, oltre il silenzio profondo, fioccare zitta la neve.

"Ed ecco il Natale". Ricordo. Ho pensato.

Per me il Natale è quella finestra nera, fredda, ghiacciata e dimenticata da dio. Contiene i mondi che solo io so generare partendo da tanto Nulla tutto insieme.

Che bello quel Natale di assoluto silenzio. L'ho festeggiato a mezzanotte, contro il mio credo, l'ho festeggiato da sola e mi sono regalata la pace totale.

E come sempre nel silenzio rifletto e poi parlo, stando in silenzio. Auguro le cose migliori, in merito un po' a tutto. Le spero.

Proprio come si addice a me.


22 Dicembre 2006 - 19 Gennaio 2007

giovedì 14 dicembre 2006

< Un bel giorno tutti gli eroi tramontano, i re cadono. Prima o poi Shavuoth finisce, per tutti. >

Lo hai scritto proprio te, ricordi?

Non è stato il cosa, ma il come. Non è stato nemmeno il come, ora che lo hai spiegato, ma il motivo alla base del come.

Non sei un mentore, non sei un padre: entrambi avrebbero asciugato le mie lacrime.

Cosa ne è rimasto di te?

Non è mio uso essere drammatica, ma imparare, quello tento di farlo.

E cosa ho appreso? Che era più tuo interesse dimostrarti innocente e giustificarti davanti ad una persona della quale il giudizio non ti interessa. Non ti sei nemmeno lavato la coscienza con quelle parole. Hai solo parlato. A vuoto.

A chi parlavi?
Non a me, no di certo. Eri nel giusto e lo sapevi.
Non a te stesso. Non ti senti in colpa, non ti dovevi giustificazioni.
Parlavi alle tue orecchie, per sentire il suono della tua voce? O parlavi a quelle di un terzo che ascoltava poco lontano?

Ci vuole ben altro per ferirti. Certo. Non ti tange.
Eppure hai parlato.

Ogni parola è un mondo, tu hai ucciso milioni di miliardi di abitanti sospendendoli in un vuoto soffocante e silenzioso che è l'inutilità.

Certo, farò come hai detto.
Certo, non perdiamo la nostra stima.
Certo, ai tuoi occhi e ai miei niente è cambiato.

Ma perché parlare? Perché aprire bocca?

E' forse questo che rende la delusione cocente ed incurabile.
Il sapere che se non importa a me, e non importa a te, io divento invisibile.

Io prima o poi bevrò altra luce, e di nuovo avrò colore e spessore.
Ma per te se invisibile sono, invisibile resto.
Dopo sette anni, invisibile resto.
Dopo tutto il mio sangue, invisibile resto.
Dopo la mia indifferenza, invisibile resto.
Dopo la mia umiltà, invisibile resto.
E prima che scomparissi, invisibile sono restata.

E come se non bastasse, invisibile diventerai perché invisibile diventi ai miei occhi quando sprechi parole.

Ed io che non ti ho mai messo su un trono alto, ti vedo comunque cadere.



Quel palco ormai è vuoto. Restano solo delle scarpe da corsa inchiodate alle assi da anni,
sette, di più,
in attesa che la luce mi rigeneri dentro di esse
colando dall'alto
della mia grande,
impreparata
regia.







Jitzach Löwy     Sai cosa penso? Che in fondo il tuo sogno è uguale al mio.
Franz Kafka    Può darsi. Sì.
Jitzach Löwy    Un bel giorno tutti gli eroi tramontano, i re cadono. Prima o poi Shavuoth finisce, per tutti.
Franz Kafka    E a quel punto? Che succede?
Jitzach Löwy    A quel punto scopri chi sei. O ci provi, almeno.




Essere pronti è tutto.



domenica 3 dicembre 2006

There's nothing here but what here's mine.


Pendolando tra i miei impegni, tra amici troppo vecchi e forse troppo interessati per essere definiti amici,
pendolando osservo la condensa di questo finestrino e gioisco di essere come il riflesso di mondo che vedo al di fuori: velato e non definito.

Ricordo che mi dicevano: < non riesco a capire chi sei, e come vivi >
Posso avere la vaga soddisfazione di sapere che è vero quasi per tutti?
...perché nelle mie dettagliate confidenze non ometto mai l'omissione, e chissà se questo fa da scudo per me o da arma per gli altri.

Di sicuro riesco ancora a donare sorrisi a piene labbra, ma a volte vorrei alzare questo tulle bianco e aprirmi verso coloro ai quali ho assicurato la mia devozione.

Si contano sulle dita di una mano mutilata, e sono la mia ragione di vita. Loro. Io e "loro".
A "loro" vorrei dire < mi dispiace >.
Vorrei promettere tante verità, ma senza stimoli adatti e con gli armadi che traboccano di ossa vecchie e nuove, non so come fare.
Così gesta di grande importanza e rilievo vengono distratte dal loro naturale corso, e perdono il nome di azione.

A loro, a voi che mi volevate, scusa.

domenica 22 ottobre 2006

Credo di essere arrivata ad un punto in cui necessito una sorta di bilancio.
Ho bisogno di vagliare gli eventi e di classificarli, di giudicare e di mettere da parte i fatti.

Innanzitutto riconosco di avere un problema con questo ermetismo che mi mangia le parole da sotto le dita. Vorrei dire ma non posso. E' passato troppo tempo e la notizia si è propagata. Ed ogni sguardo in più ruba spazio a me. Il che è un po' triste, ma posso ancora conviverci.
Anche perchè è strano, ma sento di non averne quasi più bisogno. Che non mi importa più scrivere attraverso un reticolato o un codice, ma che la cosa migliore che posso fare è ricercare chiarezza anche nelle piccole cose.
Si nota già dallo stile adottato. Cambia ed è palpabile. Non è più ermetismo ma è minimalismo.
Mi spiace se qualcuno si era affezionato, come me, a quella sorta di poesia che riuscivo a far sbucare dai miei pensieri. Purtroppo non ci riesco ora, ora è questo che posso fare, e sarebbe idiota tradirmi nella mia stessa casa ed arena. Credo che sia sintomo di una cosa importante, però.
Molto importante.
E' passato del tempo e sono cresciuta. E questo è il primo punto che ho da segnalarmi.

Seconda cosa, come si diceva, da grandi poteri derivano grandi responsabilità.
Mi prendo le mie responsabilità, un po' per volta ma me le sto prendendo.
E imparo dal passato.
Soprattutto quello.
Quindi fai quello che ti pare delle tue convinzioni, spacciale ai bambini davanti alla scuola, fattele stampare su una fruit, agisci in base a quello che pensi ma poi... poi sono cazzi miei ed intendo tenermi stretta qualsiasi opinione io abbia in modo che, ancora una volta, mi aiuti nell'ultima sfida della mia dottrina:
Il dosaggio.

Non è semplice da acquisire, questo tipo di verità. Proprio perchè ci sono tante tante altre verità che cercano di essere scelte. Ma agiamo in base a supposizioni. Io suppongo di essere buona. Di essere nel giusto. Di fare la cosa più corretta fino a quando non nuocerà a qualcuno.
Ora, anche questo punto è molto soggettivo, ma credo di aver sentito scricchiolare in maniera sospetta il cervello dopo aver vagliato troppe ipotesi per volta. E ora gli darò un riposo meritato.

Quindi per dirla tutta fa male, si. Ma fa male come a Emily. Ed Emily resta un modello. E poi Emily va verso la luna, diventa farfalle.. insomma, cose davvero poetiche.
Insomma roba del genere segna l'umanità! Pensate al cristianesimo!
Credo tutto sommato possa sopportarlo. Che sarà mai? Abbiamo tutti visto di peggio.

Mi avvolgo in questo velo trasparente perchè non mi rimane altro. Non è un esperimento fallito, non è niente di terribile, ma i titoli sono calati ed ora siccome non ho voglia di buttarmi da un grattacielo newyorkese mi tocca aprire un altro capitolo.
Forse.

O forse dovrei concentrarmi sui miei piccoli diamanti da giardino.
Sarebbe tanto meglio.
Forse dovrei smettere di cercare di ripetere alla fine sempre la stessa solfa e cercare un prodotto diverso da distribuire. Forse.
Forse dovrei comprarmi dei pesci rossi.
Forse.



E poi ci sono le solite rassicuranti cose perfette nel loro essere rassicuranti oppure terrificanti. Il tempo, il mio compagno, la pioggia, il letto, i sogni.
Al diavolo il resto, sono una persona felice.

E continuerò il mio lavoro. Potete giurarci.

giovedì 28 settembre 2006

E lei, piccola signora, si voltò a guardarsi indietro. Dopo tanto tempo, dopo molto tempo, indietro non era più un concetto di ricordi e di strada battuta, indietro era diventato un quadro semplice e chiaro, definito nel suo poter essere liquidato in una alzata di spalle.

E lei capì che non si può sempre correre dalle persone, e poi ancora, via dalle persone.
Non si deve per forza tendere le mani, non si deve per forza dare.

E lei divenne come tutti gli altri al mondo, pronta a piangere e gridare perchè qualcuno la sentisse, ma pronta a rifiutare un aiuto se venuto da un luogo troppo ignoto. Pronta ad ascoltare solo quando poi avrà qualcosa da far sentire. Pronta a mettere paletti su come quando e dove si dovrà tirare indietro, se le cose andranno male.

E voi che leggete, cosa ne pensate?
Siete contenti che quella piccola signora sia cambiata, siete contenti che si stia ricredendo, che si stia appiattendo sulla linea sottile della realtà?

C'è chi non chiede altro che dare affetto. E' davvero possibile ferire una persona così?
E' concepibile rifiutarsi?
A lei stanno insegnando di sì, e se mai dovesse morire, dovesse alzare di nuovo le spalle davanti a quella strada passata... Beh, nel mio minuto di silenzio terrò il mio rancore vivo e fresco per tutti voi.

Forse lei, piccola signora, non è perfetta. Non è come vorrebbe essere. Forse nei suoi tentativi e nei suoi esperimenti sbaglia, e il suo ideale vacilla ai venti più forti.
Ma non me la sento di abbandonarla. Sia come sia, è la cosa più pura che ho.




E per oggi vi concedo con massimo rispetto il vostro senso di colpa.







Il mio Ego Counter è vivo, e sale.